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Tupac Amaru

4 novembre 2023

4 novembre 1980. Canas, Cusco, Peru. Celebrazione del bicentenario della rivoluzione di Tupac Amaru II.

Avevo 8 anni, nella foto sto declamando una poesia di Alejandro Romualdo (Canto coral a Túpac Amaru, Que es la libertad). Ricordo che per un attimo le mie gambe tremarono, non avevo mai visto un mare così colmo di persone davanti a me: studenti di ogni grado di scuola, che tutti insieme sembravano una pampa grigia, erano venuti a piedi, in bicicletta o nei camion da tutta la provincia di Canas e da alcune delegazioni da altre provincie.

Ricordo nitidamente la mia impressione nel vedere tanti militari.

L’ultima volta che avevo visto tante divise verdi e fucili piangevo perché stavano portando mio padre in carcere…

La sua colpa? Essere dirigente del sindacato di insegnanti (Sutep).

La propaganda durante la dittatura aveva bisogno di essere lì, nella terra natia di Tupac Amaru, a Canas Yanaoca.

In piazza c’erano alcuni ministri, viceministri venuti da Lima nei loro elicotteri – per molti di noi era la prima volta che vedevamo un elicottero – mentre la scorta e altre autorità militari arrivarono nei vari camion militari da Cusco.

Il 4 novembre era arrivato. Per un istante avrei voluto essere altrove. Quando seppi che dovevo recitare la poesia, la prima cosa che controllai fu la lunghezza: era lunga, irta, con immagini forti, per me quasi incomprensibili. Avevo visto sbagliare, dimenticarsi o perdere il ritmo a ragazzi più grandi che l’avevano recitata. Avevo paura e rispetto per quella poesia. Alle prime letture, le prime prove erano state un disastro: non riuscivo a memorizzare né visualizzare e quando riuscivo a declamare mancava l’anima alle parole… Mio padre era incredulo. Mia mamma non era preoccupata, mi disse che avrei saputo dare l’anima a quelle parole e mi portò con mia sorella al fiume a guardare i nostri pensieri fluire… per me e mia sorella era il nostro luna park, forse una delle gite più belle che abbia fatto con loro. Tornando a casa mia mamma consigliò a mio padre di portarmi nei suoi viaggi nei luoghi della rivoluzione durante i preparativi del bicentenario, e cosi fu.

Era vero, quei viaggi erano necessari per capire che quella poesia non era solo una presentazione artistica, era qualcosa di più… mi mancava respirare la storia, stare nelle mura della casa di Tupac Amaru in Surimana, vedere le Ande dalle sue finestre, sentire il fiume dal suo patio, leggere i suoi libri nella sua scrivania; mi mancava conoscere Huanq’oraq’ay, luogo dove un 4 novembre del 1780 fu catturato il “corregidor” di Tinta Antonio Arriaga mentre tornava da Yanaoca dopo un banchetto in onore del compleanno del re di Spagna Carlo III e dal prete Carlos Rodriguez. Arriaga era un uomo superbo, crudele di insaziabile cupidigia di ricchezza come tanti spagnoli ed europei in terre sudamericane.

Dovevo stare per qualche settimana in Tungasuca, luogo dove fu giustiziato il “corregidor” Arriaga, piazza dove Tupac Amaru dichiaro l’abolizione della schiavitù.

Dovevo respirare l’aria di Sangararà dove Tupac Amaru vinse una battaglia contro le truppe realiste, una prima vittoria, una scintilla nel cuore di sud America, battaglia vinta insieme alle brigate di donne guidate da Micaela Bastidas sua moglie e di Tomasa Tito Condemayta. Non dimenticherò più quella pampa, ancora oggi sento l’eco del suo vento.

Dovevo conoscere la casa di Micaela Bastidas in Pampamarca, sentire la luce di una donna forte, capace di guidare, motivare altre donne e uomini, responsabile di tutta la logistica, mamma, moglie, compagna di lotta.

Come dimenticare il lago di Langui e Layo, luogo dove Tupac Amaru è stato catturato, tradito da un amico e da un prete: ricordo di essere tornato con sentimenti stridenti e contrapposti fra la bellezza del luogo e la tristezza e la rabbia per il tradimento.

A Cusco, poi, nella “Plaza de Armas” o “HAUCAYPATA”, dove Tupac Amaru e la famiglia e i collaboratori furono uccisi per mano degli europei… Fu una morte crudele e disumana: Túpac Amaru è stato costretto ad assistere alla tortura e all’uccisione dei suoi cari. I soldati quindi gli tagliarono la lingua come punizione per aver parlato contro il re e legarono gli arti del famoso capo Inca a quattro cavalli per smembrarlo vivo.

Questa atroce idea non funzionò: Tupac Amaru resistette ancora e così decisero di decapitarlo. Gli infilarono la testa in una lancia, lo fecero a pezzi e mandarono i suoi quattro membri in quattro diverse città: Tungusaca, Carabaya, Livitaca e Santa Rosa.

Nonostante lo abbiano ucciso, la ribellione di Túpac Amaru è rimasta nella mente e nella memoria della popolazione indigena. Questo enorme movimento riempì di speranza noi peruviani e tutta l’America del sud.

Era arrivato il mio momento di recitare, sentivo gli occhi puntati su di me. Questa foto ritrae questo istante: tutti guardano me, tranne mio padre, lui guarda avanti, lui vede l’orizzonte…

Io declamo, racconto, sento parola dopo parola, immagine dopo immagine e a un certo punto avevo finito.

Ho sentito il respiro della piazza, poi gli applausi, mentre i miei occhi cercavano gli occhi di mia mamma e di mio padre.

Ero riuscito nell’intento di portare in vita il ricordo di uno dei miei avi, forse una delle poche volte in cui ho reso felici i miei genitori.

Così ogni 4 novembre onoro la giornata che mio padre (Flavio Uscamayta Lazo) della Panaka (stirpe reale Inka) Uscamayta mi ha trasmesso.

Il lascito di Tupac Amaru è la prova che ogni scintilla può diventare fuoco, luce, sole.

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Canto coral a Túpac Amaru, Que es la libertad


Lo harán volar con dinamita.
En masa, lo cargarán, lo arrastrarán.
A golpes le llenarán de pólvora la boca,
lo volarán: ¡Y no podrán matarlo!
Le pondrán de cabeza.
Arrancarán sus deseos, sus dientes y sus gritos.
Lo patearán a toda furia.
Luego lo sangrarán.
¡Y no podrán matarlo!
Coronarán con sangre su cabeza;
sus pómulos, con golpes.
Y con clavos, sus costillas.
Le harán morder el polvo.
Lo golpearán:
¡Y no podrán matarlo!
Le sacarán los sueños y los ojos.
Querrán descuartizarlo grito a grito.
Lo escupirán.
Y a golpe de matanza lo clavarán:
¡y no podrán matarlo!
Lo pondrán en el centro de la plaza,
boca arriba, mirando al infinito.
Le amarrarán los miembros.
A la mala tirarán:
¡Y no podrán matarlo!
Querrán volarlo y no podrán volarlo.
Querrán romperlo y no podrán romperlo.
Querrán matarlo y no podrán matarlo.
Querrán descuartizarlo, triturarlo,
mancharlo, pisotearlo, desalmarlo.
Querrán volarlo y no podrán volarlo.
Querrán romperlo y no podrán romperlo.
Querrán matarlo y no podrán matarlo.
Al tercer día de los sufrimientos
cuando se crea todo consumado,
gritando ¡LIBERTAD! sobre la tierra,
ha de volver.
¡Y no podrán matarlo!

(Alejandro Romualdo)

From → Diario

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